Quando il corpo urla – di Maria Luisa Dadduzio / TeC Lab

Interno teatro, Villa Torlonia – Notte

Sta per cominciare “Odi sull’essere umano”. Spengo il telefono e mi guardo intorno: la sala è mezza vuota, gli spettatori la riempiono lentamente. L’aria condizionata è sparata a mille, sembra di essere in una cella frigorifera. Mi infilo con uno sbuffo la giacca promettendomi che, se farà troppo freddo, chiederò a una delle maschere di spegnerla. So già che non lo farò, piuttosto preferirei morire ibernata.

Buio. Sul palco appare una splendida figura androgina. Si muove e si contorce come se fosse in gabbia o trattenuta da una forza invisibile. Mi chiedo se sia un uomo o una donna, ma realizzo che la cosa non mi importa granché: è un fusione di entrambi i sessi, elegante e feroce, primitiva e autentica. Una musica tribale le dà il tempo e io non riesco a staccarle gli occhi di dosso, a tratti mi fa male la pancia e mi dimentico di avere freddo. La luce si spegne di nuovo e lei scompare, lasciandomi con il fiato sospeso e gli occhi sgranati.

Eccola di nuovo, stavolta accompagnata da un uomo. Si incontrano, coperti nei loro soprabiti, e si muovono sulle note di una canzone stranamente familiare. A metà spettacolo mi ritrovo a canticchiarla.

Si incontrano, si scontrano, si uniscono fino a diventare una cosa sola e si separano, come due calamite dello stesso polo. Non hanno sesso, non hanno nome: sono due entità in continua lotta che non possono vivere senza l’altra. È la base di ogni relazione: il bisogno dell’altro senza dimenticare la propria individualità. E in tutto questo ogni parola lascia al corpo la sola facoltà di esprimersi.

Prima che me ne renda conto, lo spettacolo termina. Dopo un lungo e caloroso applauso, ritorno a sentire freddo. Forse mi verrà il raffreddore, ma non riesco a smettere di canticchiare. So già che, nel tragitto in metropolitana, cercherò gli stessi gesti nei corpi degli altri e forse, un po’ più avanti, anche nel mio.

Maria Luisa Dadduzio 

(Foto di Carlo Carbotti)